giovedì
17 maggio 2007
PRECARIO E CONTENTO, UN
BLUESMAN A MILLE EURO
Pubblico, senza modifiche, questa splendida
lettera di un "precario e contento", Massimiliano Colosimo, 33 anni,
detto Max Cosmico: grazie al lavoro
insoddisfacente (dice lui) si sta dedicando anima e corpo alla sua passione, il
blues. I risultati mi sembra che non siano niente male, e mi sa che può anche
migliorare. Ah, se non ci fosse il precariato, che disastro: avremmo un bluesman in meno e un pantofolaio in più!
" Eccomi qui. Un 33enne del ventunesimo secolo alle prese con le sue frustrazioni e pronto a fare i conti
con questa inaspettata precarietà lavorativa.
Inaspettata perché, sui banchi di scuola delle medie, del liceo,
dell’università, dei vari corsi post universitari, del master, tutto mi sarei
prefigurato tranne che ritrovarmi a 33 anni a fare un lavoro tutto sommato
centrato rispetto alle mie ambizioni (mi occupo di consulenza in ambito marketing) ma con uno stipendio di mille (dico 1000) euro al
mese. E con un “Co.Co.Pro.” eterno e rinnovato, tale
e quale, di anno in anno. Uno stipendio che in senso assoluto può essere
decente (diciamo al di sotto dei limiti della sopravvivenza, se si aspira ad un
minimo di indipendenza economica e dunque un affitto da pagare) ma che è
senz’altro ridicolo se rapportato alle mie competenze, al tempo e al denaro
investito in formazione, alle responsabilità di cui il mio lavoro mi investe.
Ridicolo soprattutto guardando i miei compagni di scuola, che hanno trascurato
gli studi e che ora guadagnano il doppio (se non il triplo) di me, avendo avuto
la lungimiranza di buttarsi subito nella “trincea del lavoro”
(inconsapevolmente, hanno fatto – ex post - la scelta giusta). Ridicolo quando
mi ritrovo, nel mio lavoro, di fronte ad operai che mi guardano con invidia e
sospetto, tutto bello incravattato e sbarbato,
pensando che io guadagni chissà cosa, quando so per certo che costoro
guadagnano tre volte tanto il mio stipendio, senza contare i fiorfiori di contributi che gli consentiranno una vecchiaia
agiata, nel tepore domestico, accanto ai figli che si sono potuti permettere di
procreare e persino mantenere.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere.
Questa precarietà, questo sfruttamento, questa profonda sperequazione economica
mi ha aperto gli occhi. Ha risvegliato in me uno spropositato spirito di
riscossa e di rivalsa. Ho incanalato questo rancore, questa insoddisfazione
lavorativa in qualcosa di positivo, di artistico. Il precariato mi ha offerto
lo stimolo per alzare la testa, per non subire passivamente questo schifo. Per
diventare a tutti gli effetti “artefice del mio destino”.
Ho riveduto, a 33 anni, le priorità della mia vita. Basta giacca e cravatta,
basta “certo, me ne occupo io”, basta “il progetto sarà pronto entro lunedì”,
basta “il nostro obiettivo è la soddisfazione del cliente”, basta “creare
valore aggiunto”; il mio obiettivo deve essere prioritariamente la mia
soddisfazione, non accrescere il fatturato di qualcun altro.
La legge Biagi mi ha donato, paradossalmente,
l’incentivo ad affrancarmi da questo orrendo sistema, mi ha fatto disinnamorare di questo modo di intendere il lavoro.
Piuttosto che venir sfruttato per 1000 euro al mese,
senza certezze sul futuro, preferisco dedicarmi ad inseguire i miei sogni
artistici, trasformando questi nel “mio lavoro”. Quei sogni infantili che
cullavo nella mia testa quando avevo 10 anni, di
diventare un artista, ricco e famoso.
E così ho ripreso in mano la chitarra, mi sono messo per la prima volta a
scrivere canzoni. Canzoni che parlano di sfruttamento, di ingiustizie, di
frustrazioni, ma anche di spirito di riscossa. Del resto è lo stesso spirito
che animava i primi bluesman.
E sono convinto, oggi, a 33 anni, che questa mia insperata determinazione mi
porterà a concretizzare i miei sogni, molto più che titoli di studio e stage e
contro-stage per arricchire il mio curriculum vitae (ma non il mio
portafoglio).
La legge Biagi mi ha fatto del bene. Mi ha fatto
riappropriare delle mie passioni, mi ha spinto a credere fortemente nei miei
obiettivi personali. Non gli obiettivi del cliente e del datore di lavoro."